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La Linea di Demarcazione

  • 29 giu 2018
  • Tempo di lettura: 4 min
  • srebrenica
  • linea di demarcazione

L'evoluzione sociale e culturale dell'uomo è ancora ferma al periodo della Restaurazione, nella quale i popoli rimettevano il potere in mano a vecchi regimi assolutisti, gli unici che potevano garantire l'ordine e la convivenza multietnica negli imperi.

Ancor'oggi l'uomo è abituato a ragionare come appartenenza ad un gruppo e non come popolo del mondo, rendendo complicata la convivenza tra etnie eterogenee e rispolverando, di tanto in tanto, rancori atavici rimasti dormienti anche per secoli.

In realtà il progetto di "popolo del mondo" non porterebbe benefici alla nomenclatura oligarca figlia di quella stessa Restaurazione che ha permesso agli aristocratici del tempo di continuare ad amministrare i loro affari, alle spalle delle nuove strutture democratiche e quindi dei popoli. Di fatto gli odi tra le etnie, sono necessari per fomentare soldati per guerre su procura, dalle quali chi trae beneficio lavora nel sottobosco, assicurandosi di stare ben lontano dalla linea di trincea.

Le ideologie del novecento non hanno fatto altro che alimentare i dissapori, semplicemente perché si agiva in nome di un identità, una bandiera colorata da mani di filosofi economisti benpensanti che facevano (e lo fanno tutt'ora) il gioco dei potenti. Per comprendere il movente basta osservare la geografia dei continenti. In questo modo si comprende il motivo di tanto sangue versato.

Il Marxsismo, nato come pretesto per riordinare il sistema economico eliminando le differenze di classe per soggiogare l'alta borghesia, è stato il mattone fondamentale del partigianesimo (come lotta di parte proletaria) che col tempo si è trasformato in terrorismo, a partire dalla rivoluzione repubblicana sbandierata da un uomo sanguinario quanto il suo predecessore: Lenin.

In Italia la lotta partigiana, foraggiata da mecenati esteri, ha permesso l'ingresso degli alleati nel paese e la liberazione dal totalitarismo spudorato di Mussolini, ma seppur l'ideologia di Marxs, fosse lontana dal sentimento di vendetta, così non fu. Basti pensare alle stragi del "triangolo rosso", più di diecimila civili inermi in quella che si rivelò una vera e propria mattanza di matrice etnica. Dal primo dopoguerra in poi, sono molteplici gli episodi che dimostrano come la linea di demarcazione, tra l'Occidente liberale e l'Oriente socialista, si sposti sempre più ad est.

Fomentando quelli che erano dissapori etnico religiosi rimasti silenti, Tito, spalleggiato da oligarchi sovietici, progetta l'unione della Jugoslavia (desiderio latente dell'etnia slava sin dal dominio Austro-ungarico) e coi suoi partigiani si riprende l'Istria (fondamentale tassello geopolitico per importanza strategica) e deporta, sterminando in modo vendicativo, gli italiani, che per gli slavi rappresentavano i soprusi subiti nel ventennio fascista, gettandoli nelle foibe. In questo modo la Russia poteva rivendicare l'alleanza titina e tornare controllare il mar Adriatico, oggetto di contesa con gli opulenti stati occidentali (uno su tutti gli USA).

Dopo gli anni di piombo in cui l'influenza filo-russa torna a riaffacciarsi drammaticamente in Italia, la stessa scena si ripresenta negli anni novanta con la guerra in Bosnia. Da una parte la minoranza bosgnacca-mussulmana (colpevole, secondo Milosevic, dell'instabilità economica in Serbia), e dall'altra il desiderio di rivalsa dei serbi, i quali vedevano l'occasione di riprendersi le terre sottratte dagli ottomani oltre a quel sogno figlio di Tito di rifondare una Jugoslavia unita. Anche qui l'Occidente (Italia compresa), identificato sotto la bandiera dell'ideologia liberale, sostiene sottobanco logisticamente i bosgnacchi che condurranno una guerra su procura contro la Serbia impedendo di fatto indirettamente ai Russi di riprendersi l'adriatico.

Il massacro di Srebrenica è stato un genocidio di oltre 8 000 musulmani bosgnacchi, per la maggioranza ragazzi e uomini, avvenuto nel luglio 1995 nella città di Srebrenica e nei suoi dintorni, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina. Un intera città fu tratta in inganno, deportata in Serbia col pretesto di un censimento e poi trucidata.

La strage fu perpetrata da unità dell'Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina guidate dal generale Ratko Mladić, in quella che al momento era stata dichiarata dall'ONU come zona protetta e che si trovava sotto la tutela di un contingente olandese dell'UNPROFOR.

Alla fine della fiera l'unione sovietica si scoglie con le dimissioni di Michail Gorbačëv e l'insediamento di Boris El'cin. Ciononostante la Russia, cosi come le potenze occidentali non rinuncerà ai tasselli nevralgici sulla scacchiera geopolitica e cercherà di riportare la linea di demarcazione quanto più vicina all'origine segnata dal vecchio muro di Berlino. Le continue lotte partigiane delle ex repubbliche russe, condurranno Ucraina, Cecenia, la Crimea nel terrore, e quei stessi rancori sottaciuti, saranno nuovamente strumento per conquistare enclavi da parte dell'Euro-USA a discapito delle etnie represse dall'artiglieria sovietica. L'odio che scatena odio ha portato a ulteriori stragi come quella di Beslan nel 2004, giustificato da Putin come risposta al terrorismo jihadista.

Attualmente la linea di demarcazione si è spostata in Medio Oriente, dove i gruppi armati di Al-Nusra, IS e company, foraggiati dalla Teocrazia araba, rivendicano i diritti sul suolo, facendo il gioco dell'occidente: spodestare un tiranno filo-russo e isolare l'Iran khomeinista, anch'esso un tassello di rilevante importanza strategica ed economica per quel che riguarda le vie di commercio con l'estremo Oriente e la gestione delle riserve energetiche mondiali.

Nonostante ad oggi sono circa le 40 milioni i morti dalla conclusione della seconda guerra totale (in cui non esisteva distinzione tra militari e civili) le etnie continuano ad essere strumentalizzate e a morire, in virtù di quella linea di demarcazione, come pedine sulla scacchiera di aristocratici sopravvissuti alla Restaurazione, sull'orda di una guerra fredda mai tramontata.

Nelle guerre non esistono buoni e cattivi ma solo morti.

Francesco Calabrese


 
 
 

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